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Capezzolo introflesso

Il capezzolo introflesso e’ una malformazione del capezzolo caratterizzata dall’assenza della prominenza del capezzolo a causa di una estrema brevita’ dei dotti galattofori, i dotti che portano il latte. Esistono diversi gradi idi capezzolo introflesso. Nella forma “fissa” il capezzolo e’ costantemente rivolto all’interno e nessuna manovra ne consente l’estroflessione. Nelle forme invece reversibili, il capezzolo, a seguito di manovre idonee ritorna nella sua posizione originaria, estroflessa.

Tale malformazione crea generalmente notevole disagio nelle donne che ne sono colpite (circa il 2% della popolazione femminile, e puo’ presentarsi sia monolateralmente che bilateralmente) sia da un punto di vista estetico (essendo il capezzolo estremamente importante quale completamento dell’estetica della mammella) sia da un punto di vita funzionale, poiche’ tale malformazione impedisce l’allattamento al seno.
Fortunatamente questa malformazione e’ correggibile, e numerose sono le tecniche che negli anni sono state sviluppate.

Soprattutto nelle forme “reversibili” e’ possibile utilizzare delle piccole ventose (niplette) che mantengono il capezzolo estroflesso esercitando una costante “suzione”. Lo svantaggio di queste ventose consiste nel fatto che per ottenere un risultato stabile nel tempo devono essere applicate per almeno 6/8 ore al giorno per almeno 3 mesi. Poiche’ sono visibili attraverso i vestiti, oltre che piuttosto scomode, la costanza richiesta e’ difficilmente applicabile.
La tecnica chirurgica piu’ utilizzata nel passato e nelle donne che non hanno piu’ interesse nel preservare la funzione dell’allattamento, consiste nel recidere i dotti galattofori .
Sono state sviluppate anche diverse tecniche con piccoli lembetti locali con lo scopo di mandenere il capezzolo estroflesso, ma spesso queste tecniche, se non accompagnate dalla sezione dei dotti, causano una frequente recidiva della deformità.
Una delle tecniche piu’ nuove e veloci, coniste nel mantenere il capezzolo nella posizione corretta attraverso l’introduzione di un PIERCING.

Il vantaggio notevole di questa metodica consiste nel fatto che il piercing consente di “allungare” i dotti galattofori, mantenendo il capezzolo nella posizione corretta per un periodo di 3/6 mesi, senza rappresentare un disagio per la gran parte delle donne che devono portarlo.
Per questa ragione il piercing e’ in genere la metodica preferita presso il nostro studio per correggere tale deformita’.

Domande frequenti

DOVRO’ EFFETTUARE DEGLI ESAMI PRELIMINARI?

Ovviamente si. Verranno prescritti degli esami del sangue e verra’ effettuata una accurata visita preliminare per verificare l’opportunita’ della tecnica rispetto ad ogni singolo caso, e le eventuali allergie e/o intolleranze.

IL PIRCING E’ VISIBILE ATTRAVERSO I VESTITI OD IL COSTUME?

Generalmente no, anche se ovviamente dipende dalla forma del piercing prescelta. Infatti dopo il primo mese, si puo’ rimuovere il piercing utilizzato durante l’intervento e sostituirlo con forme a proprio piacere.

E SE FOSSI ALLERGICA O TENDESSI A FARE CHELOIDI?

In casi come questi in genere la metodica viene sconsigliata senza una adeguata terapia o addirittura esclusa.In genere con la visita queste condizioni vengono facilmente individuate ed affrontate.

E’ POSSIBILE CHE QUESTO SISTEMA CON ME NON FUNZIONI?

Sfortunatamente, pur se remota, esiste la possibilita’ di una recidiva anche dopo aver portato il piercing per diversi mesi. Questo e’ generalmente causato da dotti galattofori eccezionalmente corti. In caso quindi di forme particolarmente importanti di retrazione, lo specialista valutera’ il tempo minimo di permanenza del piercing in sede per cercare di scongiurare al massimo l’insuccesso.

QUANTO DOVRO’ PORTARLO E COME FARO’ A CAPIRE CHE IL TEMPO PASSATO E’ STATO SUFFICIENTE?

Il tempo minimo perche’ questa procedura offra dei risultati e’ di tre mesi. Sara’ comunque lo specialista a valutarel’opportunita’ o non di rimuovere il presidio.

POSSO ALLATTARE CON IL PIRCING?

Esistono delle forme di piercing studiate per consentire l’allattamento, anche se questo non sempre e’ possibile in presenza del piercing.

SE L’EFFETTO MI PIACESSE POSSO TENERE IL PIERCING ANCHE OLTRE I 3/6 MESI PREVISTI?

Certamente. Non vi sono controindicazioni a lasciare il piercing (se di materiale idoneo) in sede ben oltre il periodo consigliato.

QUALI SONO I RISCHI DI QUESTA METODICA?

I rischi maggiori di questa metodica sono rappresentati dall’infezione (che puo’ comparire se non si seguono in modo puntuale le prescrizioni del chirurgo), il “decubito” ossia la pressione eccessiva di una porzione del piercing su parte del capezzolo, con dolore costante, edema e talora necessita’ di rimuovere il piercing, ed insuccesso.

IN COSA CONSISTE L’INTERVENTO?

L’intervento consiste nell’ estroflettere mediante un piccolo uncino il capezzolo e contemporaneamente effettuare, con un’ago cannula, un foro alla base del capezzolo. Quindi si introduce un piercing, generalmente lineare di lega pura anallergica, nel canale creato e si chiudono le estremita’ utilizzando delle piccole viti circolari di diametro doppio rispetto al foro praticato nel capezzolo, onde evitare che il piercing, nel tempo, possa sfilarsi.

CHE TIPO DI ANESTESIA OCCORRE?

L’intervento viene effettuato in sola anestesia locale. Ha una durata complessiva di circa 30 minuti (considerato che bisogna attendere circa 10 minuti dopo avere effettuato l’anestesia affiche’ questa faccia effetto) e la paziente puo’ subito dopo l’intervento rientrare a casa.

AVRO’ DOLORE O FASTIDI DOPO?

Generalmente e’ necessario assumere antidolorifici blandi per 24/48 ore dopo la procedura (vista soprattutto la sensibilita’ della zona) e degli anti edemigeni (antigonfiore) sempre per per 24/48 ore. Come per qualunque altro piercing, sara’ poi necessario utilizzare una pomata antibiotica e antiinfiammatoria per circa una settimana, da applicare sui fori di ingresso e uscita del piercing.

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